“SIAMO TUTTI NICHILISTI!”

Un dialogo con Francesco Postorino

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Giovane filosofo italiano, autore dei libri Carlo Antoni. Un filosofo liberista (Rubbettino, 2016) e Croce e l’Ansia di un’Altra Città (Mimesis, 2017), Postorino ha condotto per molto tempo le sue ricerche presso l’Università Paris 1-Sorbonne. Collabora con riviste nazionali e internazionali, e scrive in particolare sull’Espresso, curando la rubrica dal titolo Dio è morto (http://dioemorto.blogautore.espresso.repubblica.it/).

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Un giovane pensatore che si occupa soprattutto di socialismo liberale, di pensiero liberal, di idealismo europeo e di esistenzialismo. Gli rivolgo alcune domande che senz’altro riflettono le esigenze di tanti miei coetanei, i quali hanno vissuto il cambiamento del mondo, vedendo sgretolarsi muri e assaporando le emozioni e il sogno della libertà. Quelli che oggi, abituati a lottare e non deviare, cercano risposte e figure di riferimento per poter confrontarsi, in un mondo pieno di dubbi e dove le idee fanno in fretta a confondersi. Quale miglior risposta, allora, se non un dialogo con un filosofo?

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Come pensatore e filosofo, qual è il suo giudizio in merito alla società contemporanea?

Temo sia l’epoca più triste. Avverto una continua assuefazione ai modelli del nulla. Lupi che divorano altri lupi offrono la «bugia» e la «mala fede» ai ragazzini del duemila, i quali replicano con il rifugio, Youporn e Instagram a tutte le ore, con una falsa socializzazione che si consuma a due metri di distanza dallo sguardo imperturbabile dell’adulto nichilista. La cosa più grave, come già disse Jaspers con occhio lungimirante, è che non vi sono i presupposti per fondare una nuova comunità.

Crede sia stata creata a tavolino questa situazione, o è successa e basta?

cms_9191/SIAMO_TUTTI_NICHILISTI.jpgNon credo vi sia una speciale «astuzia della ragione» dal sapore hegeliano che sia idonea a governare il ritmo storico. Sono invece del parere che le singole scelte e volontà abbiano un fortissimo impatto decisionale. Non è insomma la provvidenza (divina o immanente) a decretare di volta in volta l’esito della storia. In questo caso, si tratta della volontà tiranneggiante di un individuo che ha perso il contatto con il suono della verità e inquina il circostante. L’«ultimo uomo» di Nietzsche lo ritroviamo ormai ai vertici di ogni categoria professionale. Il suo unico intento è quello di corroborare silenziosamente il sistema a scapito dei poveri cristi, cioè del «lui» che urla a voce bassa un semplice diritto d’umanità.

Come si possono sconfiggere i prepotenti odierni e qual è il male assoluto della società moderna?

Anzitutto distinguerei la società moderna da quella postmoderna. La prima non c’è più. La seconda è la nostra. La società moderna aveva i suoi difetti ma anche i suoi pregi. In essa troviamo i principi rivoluzionari dell’89, l’esaltazione del pensiero e dell’azione liberatrice, la voglia di realizzare ovunque la libertà, la giustizia e la fratellanza. Certo, non mancavano i soprusi, i colonialismi, le lotte fratricide, gli «equivoci» pronunciati in nome di una variante fondamentalista, eppure i grandi uomini non si facevano attendere. Solo per fare qualche esempio: la notte dell’ancien régime cedeva il posto ai padri della tolleranza e dell’universalismo; il «mito» americano venne umiliato dall’interprete dell’I have a dream e da una donna che rimase seduta in quel pessimo autobus; i «veri» fascismi subirono lo schiaffo dei «veri» partigiani.

E oggi?

Nella società postmoderna (o della post-verità), tutto è uguale, libero, riposante e sereno. La democrazia, infatti, si traduce in un livellamento coatto verso il basso, dove i protagonisti in giacca e cravatta sono i primi assassini. Tutto è morto! I giovani che hanno ancora a cuore le sfide politiche e culturali lottano a colpi di smartphone, mentre il vecchio se la ride. Attendono una chiamata dall’alto, che nella gran parte dei casi non arriva perché il vecchio, o il diversamente giovane, non si schioda dalla poltrona e anzi, per divertimento o per intensificare la bugia sottobanco, getta il consiglio «paterno» nel vuoto che lo pervade.

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I nuovi giovani, quindi, non sono come i giovani di un tempo, ad esempio quelli del ’68?

cms_9191/SIAMO_TUTTI_NICHILISTI.jpgI giovani del ’68, pur mossi a volte da ideali importanti e che condivido, nella gran parte dei casi sono diventati, appunto, sessantottenni alle prese col potere, con l’ipocrisia e con un bieco conservatorismo. Oggi, i vecchi sessantottini organizzano eventi in cui si parla della povertà e della crisi, ma non viene mai invitato il protagonista della crisi e della povertà. Non ho mai incrociato il sudore esistenziale del precario nei convegni del «sapere», e la divisa sporca dell’operaio non viene mai ricevuta da chi, un tempo, professava la fede maoista o leninista. Anzi, i benestanti camminano nelle strade parallele firmando autografi. Utilizzano un linguaggio oscuro, pieno di formule opache, che si esaurisce in un atto narcisista. Il giovane dovrebbe provarne disprezzo e invece li insegue e li applaude. Si fa il selfie con loro.

Oggi, inoltre, c’è una grande confusione tra destra e sinistra…

La confusione è dettata dallo staff migliorista e riformista, da quelle «terze vie» internazionali che giocano al confine tra il sentimento egualitario e il liberismo sfrenato. Si tratta di un fenomeno grigio che sfocia, ancora una volta, nel nulla irrimediabile. C’è troppa sporcizia nelle aule, nei salotti chic e nel virtuale che caratterizza la compagine del progressismo postmoderno, il quale non ha nulla a che vedere con il suo capostipite. La destra, al contrario, è sempre molto coerente, chiara nei suoi propositi miopi e reazionari, e perciò si aggiudica il primato con facilità.

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Qual è esattamente la differenza tra la sinistra progressista di un tempo e quella odierna? Qualche scettico potrebbe dire che entrambe finiscono per cadere nello stesso errore, ovvero annunciano l’utopia egualitaria che poi non può concretizzarsi nella realtà effettuale.

Sì, adesso va di moda per chi sta a sinistra pronunciare frasi ad effetto in favore degli ultimi e degli emarginati. La differenza è che un tempo si era «credenti» nell’intimo. Qualcuno è morto (Gramsci, Gobetti, Matteotti) e i più fortunati venivano torturati o arrestati per il valore. Nella condizione contemporanea, ripeto, è tutta una fiction manovrata dagli «sportivi». Un gruppo rilassato di scimmie che danza al di là del bene e del male, e dice «Sì» allo spettacolo variopinto del nonsenso.

Ha senso parlare di cultura di sinistra e di lotta per i diritti individuali e sociali nell’epoca nichilista?

Nel mio ultimo volume (Croce e l’ansia di un’altra città, Mimesis 2017) parlo di ansia e di tensione per un altrove che andrebbe riassaggiato con spirito laico. Il modo migliore per fronteggiare l’«ospite inquietante» è, dunque, ripristinare la grammatica del Sollen, del tu devi, di uno spazio che non può arrendersi alle logiche del superfluo. Una degna sinistra, allora, deve rituffarsi nell’intrinseco dell’uomo, deve scendere nella profondità del «lui». Ma ormai siamo tutti nichilisti, chi più chi meno. L’unica speranza è che i quindicenni di oggi leggano buoni libri e con occhi lucidi inventano strumenti attendibili per riabilitare il mattino.

Marsela Koci

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