“Parasite”: luci e ombre della società sudcoreana

Analisi di un film vincitore di 4 premi Oscar

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Sono quattro gli Oscar vinti da Parasite, film sudcoreano già insignito della prestigiosa Palma d’oro alla 75esima edizione del Festival di Cannes: miglior film, miglior film internazionale, miglior sceneggiatura originale e miglior regia. I meriti della critica vanno tutti al regista Bon Joon Ho, che già in passato aveva realizzato film di successo come The Host, The memories of murder e Okja. Lo stesso è poi tornato a dirigere una produzione e un cast sudcoreani, realizzando così una pellicola originale, molto creativa, che mescola al suo interno diversi generi cinematografici. Bon Joon Ho nei suoi ringraziamenti sul palco dell’Academy ha voluto omaggiare Scorsese con queste parole: “Quando studiavo cinema ciò che più mi è rimasto nel cuore è la frase: più si è personali, più si è creativi. E quella frase l’ha detta Scorsese, che ho studiato a scuola”.

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Il successo di Parasite merita di essere analizzato nei minimi dettagli. La trama, molto semplice, è raccontata sapientemente da una sceneggiatura accurata, che caratterizza al meglio la psicologia dei singoli personaggi. Questo pone le fondamenta per una regia accattivante, accompagnata da una fotografia magistrale che gioca molto con gli effetti creati dalla luce naturale. Il film catapulta lo spettatore in una società sudcoreana spaccata in due: da una parte abbiamo una sorta di “sottomondo” in cui vive la famiglia Kim, malfamato, rumoroso e caotico; dall’altra vi è l’“Olimpo” dell’alta società di Seoul, in cui vive la famiglia Park, un agglomerato di ville tranquillo, geometricamente perfetto, ma che risulta molto spesso atono e noioso nel suo modo di essere. In Parasite emergono essenzialmente due punti di vista differenti: quello rassegnato dei Kim, che però nel corso della pellicola diventerà dinamico, mutevole, quando i quattro componenti della famiglia, con l’inganno e fingendo di non conoscersi, lavoreranno alle dipendenze dei Park. Il punto di vista di questi ultimi, invece, appare statico, per cui le loro vite ai fini della narrazione appaiono quasi ingessate. Ma quello della famiglia Park si presenta come un mosaico frammentato, per cui genitori e figli mostrano punti di vista differenti riguardo la loro estrazione sociale. Da-hye si presenta come un’adolescente annoiata, ma in realtà la sua vuole essere una forma di ribellione nei confronti del contesto sociale in cui è nata.

Il figlioletto dei Park, Da song, con la sua passione per i nativi americani, ricalca l’ossessione dei sudcoreani nel voler emulare gli Stati Uniti d’America. La signora Park si presenta come una persona fortemente emotiva, fragile e incapace di reggere il peso della propria famiglia. Il signor Park, il capofamiglia, racchiude in sé tutte le caratteristiche di rigido autocontrollo tipiche dell’alta società sudcoreana. E nel film, lo stesso ci tiene a sottolineare come per lui vi sia un limite da non superare. Spesso le sue affermazioni sfociano anche in un malcelato razzismo nei confronti dell’altra fetta della società sudcoreana da cui provengono i Kim.

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I diversi punti di vista dei personaggi, tradotti sul grande schermo, sono evidenziati maggiormente da alcuni dettagli molto particolari. Uno di questi è rappresentato dalle scale, che uniscono la parte alta a quella bassa di Seoul, evidenziando ulteriormente le differenze di classe tra ricchi e poveri. Ma le scale ritornano in molte scene ambientate nella villa dei Park, dove si può notare chiaramente come i componenti della famiglia Kim si trovino spesso sui gradini più bassi rispetto a ai Park. Inoltre, alcune inquadrature rimarcano il concetto di limite del signor Park. Infatti, è possibile dividere con una linea fittizia le scene in cui dialogano i componenti delle due famiglie, notando come i Kim, anche fisicamente, non superino mai il limite di subordinazione imposto dai Park. Ki Seong è l’unica dei Kim a superare quella linea fittizia, approfittando anche della fragilità della signora Park. La stessa, durante l’alluvione che allaga il seminterrato in cui vivono i Kim, per un momento si eleva dalla sua condizione sociale, e incurante della situazione che la circonda, si siede sulla tazza del water, situata nel punto più alto dell’appartamento, e fuma una sigaretta. Questa scena racconta di un personaggio a cui va stretto il contesto sociale in cui vive, perché, in fondo, è consapevole di poter davvero ambire a qualcosa in più rispetto agli altri membri della sua famiglia. D’altro canto, Ki Seong si dimostra sin da subito molto abile e astuta nel raggirare la signora Park, fingendosi un’artista. Il divario tra il “sottomondo” dei Kim e l’“Olimpo” dei Park è rimarcato anche da un altro elemento: la pioggia. Essa, infatti, per i Kim risulta devastante quando allaga il loro seminterrato, mentre per i Park rappresenta un evento lieve, visto quasi come una benedizione per una nuova giornata di sole. I dettagli presi in esame rappresentano solo una minima parte degli ingredienti che hanno reso Parasite un capolavoro, un film vero, anche crudo nei suoi contenuti, che per la sua semplicità di raccontare stimola lo spettatore a riflettere sulla condizione umana. I personaggi della pellicola, nell’inganno e nella speranza, sono lo specchio di una moltitudine di sfaccettature, anche luoghi comuni, tipici dell’essere umano.

Francesco Ambrosio

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