“LA TERRA IL SANGUE LE PAROLE”

NEL LIBRO Di P. PISTOLESE E S. PETERMANN IL DRAMMA INFINITO DI DUE POPOLI IN CERCA DI PACE : ISRAELE-PALESTINA

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(Presentazione: 23/9/ 2016, alle ore 19, presso il Circolo Canottieri BARION a Bari)

Non è facile immedesimarsi nel dramma di un popolo e sentir vibrare nella propria anima la disperazione, la speranza, la gioia, il dolore, le ansie, le paure ma anche le esaltazioni della vittoria e i fallimenti se non si vive quotidianamente nei luoghi dove drammi e tragedie si alternano senza mai giungere a quello stato di serenità e di appagamento spirituale che solo una pace duratura può generare perché il diritto alla vita e alla libertà di ogni popolo venga equamente riconosciuto non solo dai rappresentanti dei due popoli, ma da tutta la comunità internazionale.

cms_4570/foto_2_.jpgTracciare il percorso storico, politico, sociale e umano del popolo israeliano e palestinese al fin che il lettore possa finalmente comprendere con obiettività di sentimenti, senza dover cedere alla tentazione di parteggiare ideologicamente solo per uno dei due popoli, è il compito che Pietro Pistolese, già Generale del Corpo dell’Arma dei Carabinieri, si è dato, dopo essere stato inviato in missione di pace e di osservatore dell’Onu nelle terre martoriate negli anni ’90 e aver vissuto fianco a fianco con la gente del luogo. Il dialogo, l’amicizia e la correttezza, virtù che sono congeniali all’Arma dei Carabinieri, hanno consentito al Generale di penetrare l’anima del popolo palestinese dal quale, al di là degli attacchi terroristici, emergeva la stessa psicologia che tocca l’anima del popolo israeliano: la paura; condizione umanamente riconoscibile nell’uomo di ogni tempo quando di fronte al pericolo, alla violenza, alla morte reagisce con il medesimo stato d’animo: la paura appunto.

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Con la collaborazione di altro emerito professore, esperto in scienze politiche e diplomatiche, docente onorario alla Università di Liege, Simon Petermann, Pietro Pistolese analizza gli aspetti politici e geopolitici che caratterizzano l’eterno conflitto israelo-palestinese non disgiunti da quell’altro aspetto, ancora più determinante, che è la diversa interpretazione dell’antico messaggio biblico che si è scomposto in tre diverse credenze, generando corpi dottrinali diversificati che oggi come ieri, rappresentano il primo insormontabile ostacolo alla pace.

Due popoli uniti in un solo stato federale sarebbe stata la soluzione, come il federalista Piergiorgio Grossi aveva scritto in un suo saggio presentato al Movimento federalista Europeo, ma leggendo il libro di Pietro Pistolese ci si rende conto che questa soluzione sarebbe inaccettabile per il popolo palestinese che nella religione depone la sua fede incrollabile, trovando in essa quella indisponibilità al confronto religioso che sarebbe la chiave verso una vera pace. Un confronto sereno, aperto ed obiettivo sulla storia e sulle esperienze dei rispettivi maestri spirituali sarebbe un arma vincente per superare fanatismo e presunzione che troppo spesso schiavizzano le menti di ferventi devoti.

Nella prefazione a “La Terra, il sangue, le parole” gli autori del libro non possono fare a meno di mettere in risalto le parole di Obama che sulla questione israelo-palestinese così si espresse il 21 marzo 2013 a Gerusalemme: “…I leader politici non si assumeranno rischi in favore della pace se non sarete voi a chiederglielo. Siete voi che dovete creare i cambiamenti che volete vedere”. E ancora: ….Perché il mondo non può tollerare un’organizzazione che assassina civili innocenti, accumula razzi per lanciarli sulle città e sostiene il massacro di uomini, donne e bambini”……………... “il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e alla giustizia deve essere riconosciuto”. E infine ha aggiunto: “Mettetevi nei loro panni, guardate il mondo con i loro occhi. Non è giusto che un bambino palestinese non possa crescere in uno stato che non sia il suo e viva con la presenza di un esercito straniero che controlla quotidianamente i movimenti dei suoi genitori...... Né l’occupazione, né l’espulsione sono la risposta. Come gli israeliani hanno costruito il loro stato nella terra dei padri, così i palestinesi hanno il diritto di essere un popolo libero nella loro terra”.

In verità, quello è stato il periodo in cui anche l’Unione Europea, sulla scia della politica di Obama, ha duramente criticato i governanti israelianicreando frustrazione nel popolo israeliano che si vedeva relegata all’ isolamento da parte della stessa Unione Europea.

Molto significativa, nella introduzione ai vari capitoli, l’analisi obiettiva dei due autori anche nei confronti della costruzione del muro eretto da Israele per difendersi dagli attacchi missilistici e dai kamikaze. Si riporta fedelmente il paragrafo: …….La società israeliana vi si è murata dentro con le sue paure e le sue certezze. Da decenni, si ha l’impressione che il sogno dell’uno sia l’incubo dell’altro e i protagonisti dei due campi continuino, ciascuno con ragioni concrete o immaginarie, a rifiutare la realtà. Essi non vogliono uscire dai loro miti sulla loro identità e la loro storia. E questo rifiuto crea un rapporto irreale con l’altro, al quale si dà l’impressione che una pace non si potrà mai concludere. Eppure è ineluttabile. Questi due popoli vivono da troppo tempo insieme. S’ignorano o si respingono, sono ossessionati l’uno dall’altro, si osservano, si seguono mossi da una sorta d’intimità forzata malgrado il dramma che li separa.

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In effetti i due popoli continuano a dividersi su Gerusalemme quale terra santa di cui entrambi reclamano l’appartenenza. Può una terra considerata santa generare tanto odio? Ebbene si. Quale dei due sia l’odio più forte è difficile dirlo. Eppure questo piccolo eroico popolo israeliano, risorto dalle ceneri dell’olocausto per ritornare nell’antico lembo di terra di cui porta impresso il ricordo, combatterà ancora per la sua sopravvivenza perché dopo essere sopravvissuto alle più atroci sofferenze ha intrapreso il cammino della pace e con la forza della speranza e il fervore dell’intraprendenza ha trasformato il deserto in ricchezza in quella terra che millenni prima era stata dei suoi padri.

Con una insolita capacità di immedesimazione nel dolore e nei sentimenti del popolo palestinese anch’esso vittima di gesti spietati dettati da quell’odio estremo che toglie ragione e compassione, l’autore Pietro Pistolese carica i suoi altrettanto profondi e sinceri sentimenti con un linguaggio semplice, ma poeticamente coinvolgente nel calarci in quel deplorevole attacco di terrore che si risolse in un ‘Massacro nel tempio dei Patriarchi’ meglio noto come Moschea di Abramo il 25 febbraio del 94, dove purtroppo un ebreo di nome Baruch Goldstein, nel momento più solenne della preghiera in cui i fedeli islamici erano inginocchiati, colpì a raffica uccidendo 29 fedeli e ferendone cento.

Ma se la violenza da parte degli israeliani verso i palestinesi si è quasi sempre espletata come risposta ad altri attacchi ricevuti così da essere accusata di atti criminali, bisognerà ammettere che quella di Israele è anche una resistenza coraggiosa e solitaria contro i razzi e le bombe umane (si ricordino i reclutamenti di bambini kamikaze ad opera dello sceicco Yassim) che le piovono addosso fino ai recentissimi accoltellamenti di probabile ispirazione ISIS che altri fanatici islamici oggi eseguono contro gli occidentali.

Nel libro di Pietro Pistolesi vi è però un momento esaltante che riguarda gli anni in cui oltre le stragi si intravedevano i segni di speranza per una pace concreta e duratura. Siamo nel 1995. La descrizione di quei giorni, ma ancor più quella della notte festosa del Natale, è racchiusa in una cornice di esaltante ottimismo poiché secondo gli accordi di Oslo firmati a Washington il 13 set. ‘93 con la firma di Arafat per conto dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina e Shimon Peres per conto dello Stato di Israele), la Palestina avrebbe creato uno stato indipendente. Nonostante le divergenze interne e l’assassinio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, assassinato l’anno successivo, nel novembre del ’94 da un estremista che non accettava la creazione di uno stato palestinese, il Natale del ‘95 così come lo ricordano il generale Pietro Pistolesi e il dott. Simon Petermann, è davvero commovente in quanto il clima gioioso che si respirava dappertutto faceva dimenticare il male che i due popoli si erano inflitti reciprocamente, calandoli in una atmosfera quasi magica dove le donne e i bambini festosamente cantavano e giocavano per le strade : … “Il pomeriggio del 22 dicembre, già qualche ora prima della partenza dei militari, la popolazione di Betlemme si era riversata nella Manger square. Alcuni suonavano il flauto, altri ballavano al loro suono; bambini vestiti con i colori della bandiera palestinese, accompagnati dai parenti, correvano e saltavano dappertutto in un crescendo di voci sovrastate, ogni tanto, dal caratteristico zagarit, l’urlo tipico delle donne arabe……… Il 23 dicembre 1995, l’arrivo di Yasser Arafat, detto affettuosamente al-Khityàr, il Vecchio, per le celebrazioni di Natale, fu anche occasione di esaltazione politica. In quel momento si misurò la popolarità del leader diventato espressione mitologica della causa palestinese ….. …. Siamo orgogliosi di essere in una Betlemme liberata, nel luogo in cui è nato Gesù Cristo. Su questa terra in pace dovranno vivere musulmani, ebrei, cristiani . . . Da Betlemme città della pace vi dico che è importantissimo partecipare alle elezioni, prossime venture. Si tratta di creare il parlamento palestinese per la prima volta. E’ un dovere per tutti noi . . . Uno striscione annunciava: “Fatah fa gli auguri alla popolazione in occasione della nascita di Gesù, il primo rivoluzionario palestinese”.

Ovviamente il racconto politico di quegli anni continua e solo una lettura completa del libro potrà rendere meglio di ogni altro commento quale sia la situazione dei due popoli ancora immersi nell’altalena del terrore.

Elena Quidello

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