“Alba su Teheran”

I giovani eroi di Instagram sfidano l’Iran della sharia

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Alireza Japalaghy, atleta e allenatore di parkour, è stato arrestato dopo una delle sue migliori esibizioni postate su Instagram.

Alireza attraversa i cieli da quando aveva dodici anni, saltando da un cornicione all’altro, rischiando ogni giorno di cadere nel vuoto: oggi, a ventotto, è diventato il principe del parkour di Teheran, lo sport nato nelle banlieue parigine negli anni Novanta e praticato da migliaia di persone in tutto il mondo.

Sullo sfondo i grattacieli, i minareti e le cupole delle moschee, in lontananza le montagne innevate e il cielo.

È agile Alireza, segue il percorso prestabilito, superando gli ostacoli con abilità, velocità e semplicità di movimento regalando ai suoi fan immagini delle sue imprese sulla sommità di palazzi vertiginosamente alti e vicini gli uni agli altri nei quartieri occidentali di Teheran.

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Le acrobatiche esibizioni di Alireza non avevano fino ad oggi destato molte preoccupazioni fino a quando non ha pubblicato una serie di scatti e un brevissimo filmato dove compare con dei bermuda militari e a petto nudo mentre bacia e abbraccia una ragazza vestita con uno short e una maglietta nera aderenti, senza veli.

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Ad Alireza viene subito ordinato di presentarsi alle autorità ma non s’inchina: “Non ho paura - spiega nel filmato postato su Instagram - se vogliono arrestarmi, devono solo venire qui e fare quello che vogliono”.

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L’intervento delle autorità iraniane non si fa aspettare. Il 18 maggio Alireza è prelevato da casa e arrestato con l’accusa di “comportamento antislamico”.

Ne da notizia il fratello minore in un post, specificando: “Non hanno mostrato nessun mandato di arresto, sono entrati in casa nostra e lo hanno portato via. Non ha fatto nulla di male tranne pubblicare video sportivi, non capisco”.

“Questo individuo è stato arrestato dalla polizia informatica di Teheran - ha spiegato ai media locali il capo della polizia della capitale, Hossein Rahimi - perché siamo contrari a questo tipo di comportamenti pericolosi e volgari. Se ne occuperà la magistratura”. Il comunicato di polizia precisa che gli atti dei due ragazzi sono “non convenzionali, contrari alle consuetudini iraniane e alla sharia, perché oltretutto non sono sposati.”

Immediata la risposta dei fan di Alireza Jalapaghy che temono per il loro

eroe acrobata poiché il codice penale islamico stabilisce che foto come quelle pubblicate da Alireza Jalapaghy - che stando alle autorità promuovono la corruzione e la prostituzione online - possono portare a una condanna fino a dieci anni di carcere.

In particolare i fan protestano e spiegano che l’atleta aveva pubblicato foto simili in passato, ma è stato arrestato soltanto adesso, dopo che aveva criticato la stessa polizia di essere stata inoperosa nella ricerca del padre, un agente del dipartimento antidroga, sparito nel nulla qualche tempo fa e mai ritrovato.

Il giorno dopo anche la ragazza che compare nel video è stata arrestata.

“Quello che hanno fatto è un esempio di come s’istiga al vizio”, ha precisato la polizia in un comunicato riportato dall’agenzia di stampa Tasnim.

Il comportamento “immorale” resta di fatto la gabbia delle leggi islamiche sempre più stretta e i social in Iran sono diventati l’ennesimo terreno di conflitto tra una gioventù sempre più aperta al mondo e laica e una casta di religiosi che ha occupato tutte le posizioni di potere e governa imponendo rigide norme comportamentali basate sulla legge islamica.

Instagram, è l’unico social consentito in Iran e usato dalla larga maggioranza della popolazione, un social largamente diffuso e costantemente monitorato dalla polizia cibernetica, mentre Twitter - proibito ai cittadini, ma usato da tutti i politici e funzionari di più alto livello - e Facebook schermandosi con i Vpn, virtual private network non sono oggetto di controllo.

Resta di fatto che in Iran, quando qualcuno supera una linea rossa, scatta l’arresto.

Due anni fa è toccato a Maedeh Hojabri, diciannovenne, dopo aver accennato una danza sensuale davanti alla telecamera del suo computer, i capelli sciolti e senza velo.

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Anche quella performance era stata travolta dai “mi piace” sui social. In segno di solidarietà con Maedeh, centinaia di ragazze avevano cominciato a pubblicare video uguali, con le stesse mosse e la stessa musica sfidando la temutissima Gasht-e Arshad, la polizia religiosa che riserva punizioni esemplari a chi finisce nelle sue grinfie.

Maedeh, ad esempio, dopo la sua prigionia era apparsa sulla tv di Stato per “confessare” e scusarsi per il suo comportamento. Non era più la bella e disinvolta ragazza apparsa sul social ma una giovane donna con il viso offuscato dal pianto e tutta tremante mentre descriveva la sua motivazione per la produzione dei video:"Non era per attirare l’attenzione - ha detto. Avevo dei follower e questi video erano per loro. Non avevo alcuna intenzione di incoraggiare gli altri a fare lo stesso ... Non ho lavorato con una squadra, non ho ricevuto alcuna formazione. Faccio solo ginnastica. "

Stessa sorte è toccata lo scorso ottobre a Fatemeh Khishvand, nota come Sahar Tabar, una ventidue enne conosciuta perché cercava in tutti i modi di assomigliare ad Angelina Jolie, è stata arrestata per blasfemia per aver pubblicato le sue foto con un trucco insolito.

Oltre a questo, c’è però in Iran una rivolta lenta, silenziosa, strisciante che preoccupa le autorità.

Come spiega la stilista Hoda Katebi, autrice di “Teheran Streetstyle”, in Iran la maggior parte delle donne non copre più i capelli, specie le giovani, lasciano che il velo cada all’indietro, oppure lo appoggiano sulle spalle e appena vedono la polizia religiosa lo tirano su.

E non sembra attecchire molto la propaganda religiosa anti occidentale.

Una settimana fa la guida suprema ha tenuto un lungo discorso per spiegare che quella delle occidentali non è vera libertà, perché devono vestirsi in maniera provocante per “piacere agli uomini”, e quindi in definitiva sono schiave, mentre la “modestia” conduce al rispetto e alla dignità.

Sommessa o plateale che sia, la contestazione dei giovani non si arresta. Fra le sue promotrici la giornalista Masih Alinejad, che è stata minacciata di morte e che ora vive in esilio a New York.

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“Il velo non è solo un pezzo di stoffa: a certe latitudini è simbolo di molteplici battaglie per i diritti.”

Per questo Masih insiste “affinché le donne europee impegnate in politica, non acconsentano a velarsi quando si recano a Teheran: il foulard non è questione da poco, combattere l’obbligo del velo imposto dall’Ayatollah Khomeini nel 1979, mi è costato l’esilio, l’abiura in tv da parte dei miei genitori e minacce di morte anche se ormai vivevo all’estero”.

Di là di ogni bruttura, le immagini di Alireza, un uomo e una donna spavaldi e bellissimi che si baciano sui tetti di Teheran, restano degli scatti stupendi, destinati a fare sognare un’intera generazione di giovani che non ravvisa nulla di osceno nell’amarsi.

Gianmatteo Ercolino

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